VBAC o cesareo elettivo? Ecco come è andata a me.

In questo blog di una mamma che scrive – soprattutto – cose da mamma, non ho ancora detto che circa un mese fa è nata la mia bambina, la mia secondogenita.

Non avevo neppure detto di essere incinta, a dire il vero, ma so di essere un po’ strana…le cose belle, stento a raccontarle. Sono più la classica persona che trova qualcosa di cui lamentarsi semplicemente per evitare di fare un tonfo troppo forte, quando si sente al settimo cielo e ha paura che qualcosa la farà cadere.

Carattere bruttino e incapacità di godersi le cose belle. I know e ci faccio i conti da sempre.

Ma non è questo ciò di cui voglio parlare, ora.

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Voglio raccontare dell’argomento caldo che mi ha accompagnata per tutta la gravidanza:il modo in cui avrei dato alla luce la mia bambina.

Già perché il fratello, ormai ben quattro anni fa, è nato con un cesareo di urgenza. Non c’è stato molto tempo per pensare, quella volta: ho seguito le direttive del mio ginecologo, che in quel momento ha ritenuto il cesareo la scelta migliore. E ammetto di aver provato un certo sollievo quando ho capito che non avrei dovuto partorire naturalmente, cosa che mi spaventava parecchio.

E infatti “Tu non hai partorito, hai fatto il cesareo”, è stata la frase infame pronunciata dall’ostetrica quando ero ancora in sala operatoria, appena dopo essere stata ricucita. E tale frase, ripeto infame, non mi ha mai lasciata, facendo crescere dentro di me il rimpianto enorme di non aver mai affrontato le gioie e i dolori del parto naturale. Facendomi sentire di aver perso un pezzo importante della strada che mi aveva condotto a mio figlio.

Ecco che quindi, a quasi quattro anni di distanza, contavo senza riserve su un VBAC, ovvero il parto vaginale post cesareo.

Scelta che sulla carta viene oggi promossa come la meno rischiosa sia per la mamma che per il bambino.

Dico sulla carta, perché purtroppo, in pratica, le cose sono molto diverse. Per lo meno in Italia, per lo meno a Roma, per lo meno per come sono andate a me.

Fin dalla prima ecografia, infatti, il mio ginecologo – persona di alta professionalità, di certo non l’ultimo arrivato in materia – mi ha subito parlato di cesareo.

Delusissima e molto confusa, mi sono lanciata in mille ricerche, che confermavano tutte la stessa, ormai conosciuta, teoria: meglio preferire il VBAC ad un secondo cesareo.

Col ginecologo ne ho parlato e riparlato, arrivando alla fine ad un suo “per me si può fare, ma dipende da chi troverai quando arriverai in ospedale con le contrazioni”.

Già perché a quanto pare sono ben pochi i medici che si assumono i rischi di portare fino in fondo il travaglio di una donna che abbia già subito un taglio cesareo. Il rischio – minino – di rottura dell’utero, sembra terrorizzare più i medici che le gestanti. Alle quali per tutta la gravidanza viene erroneamente posta davanti agli occhi questa possibilità, quasi fosse una matematica certezza. O almeno questo è stato, per certi versi, il mio caso.

Ho passato nove mesi cercando di far luce sulle effettive possibilità di affrontare e portare a termine un travaglio, non solo nella struttura da me scelta ma anche in altre, che si palesano più favorevoli alle vie naturali. Ma con chiunque parlassi – medici, ostetriche, altre donne – la conclusione era sempre la stessa: una seconda gravidanza “post-cesareo”, nella maggior parte dei casi va a terminare con un secondo cesareo, elettivo o addirittura d’urgenza, a travaglio già iniziato.

Non perché ce ne sia sempre l’effettivo bisogno, semplicemente perché ben pochi medici si assumono il rischio di seguire la gestante fino al parto.

E come mi ha detto il mio ginecologo: le ferite di una vittoria guariscono più in fretta di quelle di una sconfitta. In poche parole, opta per un cesareo elettivo (quindi programmato), e risparmiati i dolori di un travaglio che ugualmente ti porterà, con buona percentuale, in sala operatoria.

Quindi, dopo mesi di assoluta determinazione nel portare avanti la mia causa, ho abbassato la testa e ho seguito la via più facile: segnare in agenda la data in cui avrei fatto nascere mia figlia.

E’ stato un conto alla rovescia stranissimo, emozionante e snervante allo stesso tempo, considerata la mia paura di medici e ospedali. Il tutto mi ha tuttavia consentito sia di avere i miei genitori vicini, avendo avuto il tempo necessario di organizzare la trasferta romana, sia di capire come far vivere al futuro fratello maggiore l’arrivo della sorellina, nel modo più naturale possibile.

Così, quella mattina, all’alba, sono andata all’ospedale, mentre il papà è rimasto a casa aspettando che il piccolo si svegliasse, per poi portarlo a scuola dicendogli che ero a fare una visita, e mi ha raggiunta prima che entrassi in sala operatoria.

L’organizzazione e la freddezza del momento mi hanno fatto cogliere appieno il fatto che il cesareo non è assolutamente un parto, bensì un’operazione a tutti gli effetti, aspetto che non avevo considerato la prima volta. Fortunatamente, sono stata seguita da un equipe fantastica, che mi ha fatto ridere per tutto il tempo, parlando  di ciò di cui più facilmente si può parlare con una veneta quale sono: prosecco e alcolici di vario genere!!! Il tutto senza togliere poesia al momento in cui ho visto per la prima volta la mia piccola, che a discapito di quello che si sente dire quando si tratta di cesarei, mi è stata messa subito portata vicino al viso, dove è rimasta per lunghi e meravigliosi momenti.

VBAC o cesareo elettivo?

E niente, nonostante continui a definire questo secondo cesareo come “la mia grande sconfitta”, mi basta guardare mia figlia per capire che in fondo basta poco per considerarlo – ovviamente assieme al primo – “la mia grande vittoria”.

E quando la sera sono a letto, mentre imposto sul telefono la sveglia per la mattina seguente, ho ancora un brivido quando vedo quella alle 6.30 di quell’indimenticabile giovedì di gennaio, in cui sono diventata mamma per la seconda meravigliosa volta.

 

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One comment

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